ARTICOLO – “Intersoggettività, regolazione emotiva e attaccamento nella prima infanzia” di Cristina Riva Crugnola

L’articolo “Intersoggettività, regolazione emotiva e attaccamento nella prima infanzia” della professoressa Cristina Riva Crugnola è stato precedentemente pubblicato dalla rivista Quaderno dell’istituto di psicoterapia del bambino e dell’adolescente, pp.135-149, del 2014 edito da Mimesis, si ringrazia il direttore il dottor Francesco Mancuso.

Cristina Riva Crugnola è professore associato di Psicologia della Sviluppo presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, psicoanalista membro del Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti, della SPI e dell’IPA. Da molti anni si occupa dello sviluppo socio-emotivo del bambino, dei processi dello sviluppo tipico e atipico e della maternità a rischio.

 

Intersoggettività, regolazione emotiva e attaccamento nella prima infanzia

di Cristina Riva Crugnola

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Nel panorama attuale della ricerca psicologica il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva è considerato uno degli obiettivi di maggiore rilievo dello sviluppo infantile. Tale raggiungimento appare infatti ripercuotersi sulla strutturazione della personalità del bambino, influenzandone competenze sociali ed emotive e delineandosi un fattore protettivo rispetto all’emergenza di disagi psichici, legati a problematiche di disregolazione precoci. Gli stili di regolazione emotiva che il bambino costruisce nel corso del suo sviluppo appaiono al contempo il frutto dell’interazione reciproca tra le sue caratteristiche neurobiologiche e temperamentali (vedi la reattività agli stimoli, il grado di emozionalità negativa) e quelle delle figure di attaccamento e della loro qualità di caregiving (Calkins, Hill, 2007). In quest’ottica il costrutto della regolazione emotiva appare legarsi strettamente a quello di attaccamento. I pattern di attaccamento che il bambino forma nei primi due anni di vita con le figure più significative possono essere infatti considerati forme di regolazione diadica che il bambino sperimenta rispetto alla disponibilità emotiva fornita dai caregiver (Cassidy, 1994).
L’osservazione del bambino nel primo anno di vita ha d’altra parte evidenziato come la comunicazione affettiva che egli  adotta nei confronti dei suoi partner fin dai primi mesi di vita − vedi le reazioni di intensificazione della comunicazione rispetto al volto inespressivo della madre nell’esperimento dello Still Face di Tronick (2007) − attraverso configurazioni affettive specifiche, centrate sull’espressione di emozioni positive e negative, non sia finalizzata solo all’attivazione di legami di attaccamento, utili alla regolazione emotiva, ma anche alla costruzione di forme di intersoggettività, volte nel primo semestre alla condivisione di stati emotivi e, successivamente, alla condivisione di significati preverbali e verbali (Trevarthen, Aitken, 2001). La relazione che il bambino costruisce nel primo anno di vita e che tende man mano a interiorizzare con genitori e caregiver appare dunque animata da differenti sistemi motivazionali, l’uno volto a garantire al bambino la sopravvivenza emotiva attraverso i legami di attaccamento, l’altro alla condivisione di stati affettivi e mentali sulla base di forme comunicative finalizzate  all’interazione con l’”altro” (Stern, 2004).  Se osserviamo perciò una coppia madre/bambino che sorride reciprocamente, imitando le proprie espressioni facciali e che si scambia vocalizzazioni alternando i propri turni di conversazione, possiamo considerare tali comunicazioni come l’espressione di una regolazione riuscita tra i due partner che dà al bambino sicurezza e benessere, ma anche il segno dell’avvenuta condivisione di emozioni positive.
Questa duplice tendenza è d’altra parte rintracciabile nel corso del successivo sviluppo e nella stessa vita adulta. La tendenza alla condivisione di stati emotivi determina infatti nei bambini più grandi la spinta a narrare a genitori, fratelli ed amici esperienze e stati emotivi e continua a esercitare un ruolo importante nella vita adulta, come è dimostrato dal fatto che la maggioranza dei soggetti adulti (Rimè, 2005) tende a condividere con i propri interlocutori gli episodi emotivi salienti, a valenza positiva e  negativa, della propria vita subito dopo averli sperimentati. Allo stesso modo  le competenze di autoregolazione emotiva che il soggetto acquisisce nel corso del suo sviluppo si alternano nella vita adulta con quelle di coregolazione attraverso le quali anche l’adulto, al pari del bambino di pochi mesi, ricorre all’aiuto e al sostegno dell’altro, sia esso il proprio partner, un amico o una rete sociale, per regolare le proprie emozioni (Diamond, Aspinwall, 2003)

La regolazione emotiva tra auto ed eteroregolazione
Come è stato ampiamente dimostrato dalle ricerche basate sul paradigma dello Still Face (Tronick, 1989, 2007) il bambino fin dai primi mesi di vita dispone di strategie comportamentali che gli permettono di regolare l’intensità delle emozioni positive e negative che inizia a sperimentare, tra le quali il distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante e autoconsolarsi, toccando parti del proprio corpo (dito in bocca, manipolazione di orecchie, capelli, grasping di una mano sull’altra). Egli utilizza queste strategie non solo di fronte a stimoli che suscitano disagio, tra tutti l’inespressività del volto materno, ma anche in relazioni a emozioni positive, vedi l’interazione faccia-a-faccia con la madre che può durare per alcuni secondi, per poi essere sospesa dal bambino attraverso il distoglimento dello sguardo in modo da regolare l’eccesso di eccitazione. Queste modalità tuttavia non appaiono in grado di garantire al bambino un’adeguata regolazione emotiva per tempi lunghi; per ottenerla egli ricorre nel primo anno di vita, in modo sempre più intenzionale e consapevole, a modalità di comunicazione rivolte a genitori e caregiver, finalizzate a mobilitare il loro intervento. Fin dai primi mesi di vita egli è infatti in grado di esprimere configurazioni emotive specifiche basate sull’espressione del volto, la tonalità della voce, lo sguardo e la gestualità, tra le quali coinvolgimento sociale, in cui il neonato sorride, guarda la madre ed emette vocalizzazioni positive, protesta attiva, in cui piange e si distanzia da lei con un’espressione di rabbia, ritiro, in cui appare triste e distoglie lo sguardo dalla madre, infine interesse e curiosità verso l’ambiente inanimato (Weinberg, Tronick, 1994). Attraverso di esse il bambino comunica il suo stato affettivo al caregiver, il quale gli risponde sintonizzandosi e fungendo da regolatore rispetto a tali stati. Si creano in questo modo precocemente stati affettivi coordinati (match) tra bambino e adulto: il bambino sorride, la madre sorride, rispecchiando il sorriso del bambino, ma anche stati affettivi non coordinati (mismatch), il bambino piange, la madre continua a sorridere, non comprendendo il mutamento dello stato affettivo del bambino, in cui la comunicazione si rompe per poi essere velocemente ripristinata. In condizione normali la comunicazione madre/bambino appare dunque caratterizzata da processi di sintonizzazione di stati affettivi, possibili rotture della comunicazione eprocessi di riparazione nell’ambito dei quali principalmente la madre, ma anche lo stesso bambino, riescono a sintonizzarsi nuovamente producendo nuovi stati di match (Tronick, 2007).
Lo sperimentare match affettivi positivi e ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo fondamentale per lo sviluppo della personalità, in quanto permette al bambino di costruire una rappresentazione di sé come efficace a livello comunicativo e del caregiver come affidabile e disponibile, alla base della strutturazione di un nucleo affettivo positivo relativo al proprio Sé (Tronick, 2007; Emde, 1992, 2005). Per contro vivere ripetutamente rotture della comunicazione e riparazioni fallite, come può accadere a bambini con madri depresse, può portare invece il bambino a costruire un nucleo affettivo negativo di sé, caratterizzato da rabbia e tristezza e fondato sulla rappresentazione di sè come inefficace e della madre come non disponibile.
La comunicazione giocosa (social play) che intercorre tra genitore e bambino dai primi mesi di vita appare anche descrivibile (Feldman, 2007) attraverso il fenomeno della sincronia, attraverso la quale bambino e caregiver interagiscono soprattutto al fine di mantenere stati emotivi positivi; essa è intesa come il grado in cui ciascun partner modifica il proprio stato emotivo in relazione a quello dell’altro: ad esempio quanto un bambino passa da uno stato neutro a un stato di interesse verso un oggetto o un pattern, indicante un aumento del suo coinvolgimento positivo e il genitore risponde passando da uno stato di attenzione neutra a uno stato positivo di interesse verso il bambino volto a ingaggiare con lui un gioco sociale. Laddove è interessante notare come tale sincronizzazione differisca a seconda del genere del genitore: tra madre e bambino essa emerge gradualmente soprattutto nell’ambito del gioco faccia-a-faccia ed è resa possibile dalla condivisione di sguardi ed espressioni mimiche, nonché da vocalizzazioni congiunte; tra padre e bambino è caratterizzata da picchi elevati e si manifesta attraverso giochi fisici esuberanti e risate.

Attaccamento e regolazione emotiva
La comunicazione affettiva che il bambino rivolge all’adulto nel primo anno di vita sembra dunque finalizzata per un’ampia parte alla costruzione di un sistema di regolazione emotivo diadico. Tale sistema appare caratterizzato sia dalle specifiche modalità con cui il bambino è in grado di esprimere emozioni negative e positive, basate sulle sue caratteristiche neurobiologiche e temperamentali, sia dal modo con cui i caregiver rispondono a tali stati affettivi, ad esempio rispecchiando le emozioni positive del bambino e regolando quelle negative (vedi la mamma che consola il bambino che piange con il contatto fisico, prendendolo in braccio, accarezzandolo, ma anche verbale, adottando una tonalità di voce adatta a calmarlo, oppure che aiuta il bambino pieno di rabbia perchè non riesce a far funzionare un giocattolo). Compito specifico del caregiver si precisa dunque quello di aiutare il bambino a regolare le emozioni negative e a mantenere quelle positive (Lyons-Ruth, 2003).
In questa prospettiva il sistema diadico che si va formando nel primo anno di vita appare di fatto coincidere con i legami di attaccamento che il bambino costruisce rispetto alle principali figure di attaccamento e alla loro disponibilità emotiva (Cassidy,1994). La formazione dei legami di attaccamento nella specie umana, resa possibile dall’incentivazione della prossimità e del contatto protettivo da parte dei caregiver, promossa dalla comunicazione emotiva del bambino, è infatti sempre più delineata dalla ricerca recente come non solo finalizzata a garantire al bambino la sopravvivenza fisica, ma anche e soprattutto quella emotiva (Coan, 2008).
A questo riguardo l’attaccamento sicuro appare correlato alla possibilità sperimentata dal bambino di comunicare emozioni positive e negative al caregiver percepito come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione emotiva, mentre gli altri tipi di attaccamento appaiono implicare una restrizione di tale capacità a fronte della inadeguata responsività dimostrata da quest’ultimo. L’attaccamento insicuro evitante sembra infatti implicare la parziale deattivazione del sistema di attaccamento, accompagnato dalla riduzione della comunicazione delle emozioni, soprattutto di quelle negative, percepite come rifiutate e non validate dal genitore e sul contemporaneo investimento dell’ambiente. L’attaccamento insicuro ambivalente appare basarsi invece sulla massimizzazione del sistema di attaccamento attraverso l’ipervigilanza esercitata dal bambino, anche tramite l’aumento delle richieste di eteroregolatorie tramite comunicazioni emotive di tipo negativo,  nei confronti di un genitore percepito come non responsivo in modo imprevedibile al fine di catturarne l’attenzione e la disponibilità intermittente, con il conseguente disinvestimento della realtà circostante (Cassidy, 1994).
A questo proposito è interessante notare come dai risultati di una ricerca da noi effettuata con 37 bambini (di cui 20 sicuri, 10 insicuri evitanti, 7 insicuri ambivalenti), con l’obiettivo di studiare la relazione tra modalità di regolazione emotiva e qualità dell’attaccamento, siamo emerse differenze significative per quanto riguarda le strategie regolatorie da loro adottate durante la Strange Situation a 13 mesi  (Riva Crugnola, Tambelli, Spinelli, Gazzotti, Albizzati 2011; Riva Crugnola, 2012). I bambini sicuri a fronte delle situazioni stressanti proposte dalla Strange Situation (separazione dalla madre, presenza di un osservatore estraneo) utilizzavano infatti maggiormente strategie di tipo eteroregolatorio rivolte all’adulto mostrandosi in grado di esprimere sia affetti positivi che, in minor misura, negativi; i bambini insicuri ambivalenti esprimevano invece maggiore coinvolgimento sociale negativo rispetto agli altri gruppi, utilizzando in minor misura la regolazione attraverso l’ambiente. Gli evitanti si rivolgevano infine in minor misura rispetto agli altri gruppi agli adulti per regolare le proprie emozioni, privilegiando l’orientamento verso gli oggetti e mostrando una minore capacità di fare affidamento sulle figure di attaccamento.

Regolazione emotiva e  sviluppo socio-emotivo
Le modalità di regolazione emotiva che si vanno strutturando nel primo anno di vita influenzano dunque la formazione della qualità sicura o insicura dei pattern di attaccamento, (Beebe, Jaffe, Lachman, Feldstein, Crown, Jasnow, 2000). Tali modalità di regolazione diadica, come emerge dalle ricerche più recenti, sembrano inoltre esercitare un impatto a lungo termine sulle successive competenze di regolazione che il bambino sviluppa, influenzandone l’adeguatezza o gli aspetti di disregolazione.
Diversi lavori (Mantymaa, Puura, Luoma, Salmelin,Tamminen, 2004) hanno evidenziato a questo proposito come l’ostilità e/o l’intrusività materna nel primo anno di vita, centrata sull’espressione di emozioni negative e sull’incapacità di regolare le emozioni negative del bambino, nonchè di rispecchiarne quelle positive, siano predittive di comportamenti esternalizzanti da parte di quest’ultimo a due anni di vita, un dato confermato anche per quanto riguarda la sensibilità paterna, che, se carente nel secondo semestre di vita, si rivela predittiva di comportamenti esternalizzanti nello sviluppo successivo (Trautmann-Villalba, Gschwendt, Schmidt, Laucht, 2006). In uno studio recente (Feng, Shaw, Skuban, Lane, 2007) alcuni ricercatori hanno evidenziato inoltre come la responsività delle madri verso le emozioni positive espresse dai figli nella prima infanzia contribuisca ad aumentare l’espressione delle emozioni positive e la diminuzione di quelle negative da parte di questi ultimi. Un altro studio evidenzia d’altra parte come l’emozionalità negativa espressa dal bambino nel primo anno di vita nei confronti del caregiver non sia invece predittiva di problematiche successive (Tratmann-Villalba et al., 2006). E’ importante sottolineare infine come vari lavori, svolti da differenti prospettive, abbiano evidenziato ultimi anni il ruolo protettivo svolto dalle emozioni positive sia nell’età infantile che in quella adulta nei confronti di condizioni avverse (Cohn, Fredrikson, Brown, Nikels, Conway, 2009). Di particolare interesse a questo riguardo lo studio di Cumberland (Cumberland-Li, Eisenberg, Champion, Gershoff , Fabes, 2003) che mette in luce come l’associazione rilevata da tale studio tra emozionalità negativa della madre ed emergenza di problematiche esternalizzanti e internalizzanti nei loro figli sia mediata dalla bassa espressione di emozioni positive da parte delle stesse madri.
In una ricerca longitudinale da noi svolta con 23 bambini osservati nella interazione con le loro madri nel primo anno di vita e valutati successivamente a 6 anni con la CBCL (Child Behavior Ceck  List) col fine di valutare eventuali segnali di disagio psicologico, sono emerse relazioni significative tra stili di interazione non adeguati di madre e bambino osservati a 6 e 9 mesi e punteggi elevati alle scale CBCL, in particolare in quelle esternalizzanti e internalizzanti (Riva Crugnola, 2012). I risultati hanno permesso perciò di ipotizzare che  interazioni non adeguate nel primo anno di vita, riferite sia alle madri che ai bambini, possano essere considerati indicatori precoci di rischio per lo sviluppo infantile, dimostrando in particolare di influenzare la regolazione delle emozioni negative come dimostrato dai punteggi elevati alle scale esternalizzanti e internalizzanti della CBCL presenti nei bambini con precoci esperienze interattive non sufficientemente adeguate.
Nel corso del secondo anno di vita gli stili di regolazione che il bambino sperimenta con le sue figure di attaccamento vengono interiorizzati dal bambino, sulla base di schemi relazionali relativi a Sé e alla disponibilità emotiva dell’altro, costituendo la base per la formazione di stili di regolazione individuali arricchiti dalle crescenti competenze cognitive e simboliche che egli acquisisce in tale periodo (Sroufe, 1995). Tali stili, si basano tra l’altro sull’uso degli oggetti transizionali, sulle prime forme di gioco simbolico, sul discorso fra sé e sé, sulla narrazione condivisa degli eventi emotigeni (Bridges, Gronlik, 1995). Le strategie regolatorie che il bambino sviluppa si organizzano così in un sistema gerarchico nell’ambito del quale, quelle più precoci, quali quelle centrate sull’autoconforto attraverso il contatto fisico, mantengono la loro importanza anche nella vita adulta. Allo stesso modo le strategie eteroregolatorie che il bambino piccolo utilizzava per attirare l’attenzione dell’adulto e sollecitarne l’intervento regolatorio rimangano attive e importanti anche nella vita adulta. Anche l’adulto infatti sembra fare affidamento in varie situazioni della vita quotidiana sulla coregolazione con partner in grado di aiutarlo nella regolazione delle sue emozioni, oltre che sulle sue risorse di regolazione individuali centrate sulla rappresentazione e l’interiorizzazione della regolazione diadica sperimentata nell’infanzia (Diamond, Aspinwall, 2003; Coan, 2008). Coan parla a questo proposito di coregolazione emotiva o di regolazione sociale, sottolineando l’importanza di quella che egli definisce regolazione “on line”, rappresentata, tra l’altro, dal supporto sociale che un adulto usufruisce nelle varie fasi della sua vita.

Condivisione emotiva e intersoggettività
D’altra parte è importante considerare come la comunicazione affettiva tra il bambino e i suoi partner nel primo anno di vita non sia guidata unicamente dai bisogni di regolazione emotiva del bambino e ancorata al sistema dell’attaccamento che egli costruisce con l’adulto, ma sia anche riconducibile a quella tendenza innata a entrare in connessione con l’altro al fine di condividere stati emotivi che viene definita  intersoggettività primaria o nucleare (Trevarthen, Aiken, 2001; Stern, 2004). Tale tendenza è testimoniata da molteplici manifestazioni osservabili nelle prime interazioni del bambino con i suoi caregiver ed esemplificabile in modo evidente in quel tipo di comunicazione faccia-a-faccia che vede il suo apice verso i 3 mesi di vita, ma che inizia a manifestarsi già dall’inizio del secondo mese. Il dialogo che contraddistingue tale tipo di interazione appare infatti principalmente caratterizzato dalla condivisione di stati affettivi, resa possibile dalla coregolazione di gesti ed espressioni mimiche basate sul rispecchiamento reciproco, scandito da sequenze temporali basate sull’alternanza dei turni. E’ noto infatti che il bambino già dal secondo mese di vita è in grado di rispondere, attraverso espressioni mimiche, gesti e vocalizzi, in modo contingente agli stati affettivi del partner, sulla base della percezione diretta che ha di tali stati affettivi, non mediata cioè rappresentazionalmente (Trevarthen, Aitken, 2001) e insieme sulla base di un’iniziale consapevolezza (awareness) dell’altro. Il bambino d’altra parte appare in grado, nello stesso periodo, di segnalare attivamente i propri stati emotivi attraverso una propria iniziativa autonoma e, non solo, di essere responsivo alla comunicazione del caregiver (Vallino, 2009).
La competenza comunicativa più sopra descritta è quindi differenziabile da quella che il neonato utilizza attraverso specifici segnali, con il pianto, il sorriso, l’aggruppamento, etc., per ottenere aiuto e protezione e che gli permette di creare nel corso del primo anno di vita affidabili legami di attaccamento. Nel caso di un neonato in stato di vigilanza e di all’erta essa è ad esempio accompagnata da una serie di movimenti volti ad assicurargli una migliore percezione visiva, uditiva e tattile della madre, nel caso invece di un neonato “affamato” o “assonnato” si delinea caratterizzata dalla chiusura rispetto a ogni stimolo che non sia associato al ricevere conforto e contenimento. La comunicazione giocosa che il neonato rivolge durante la veglia attiva rivolge all’adulto è infatti differente rispetto a quella che caratterizza il neonato angosciato, nell’ambito della quale lo vediamo tirarsi indietro, dibattersi, strofinarsi gli occhi e piangere con smorfie di rifiuto, o del bambino assonnato che cerca nell’adulto un sostegno, chiudendo contemporaneamente le mani, la bocca e gli occhi (Trevarthen, Aitken, 2001).
La competenza “intersoggettiva” presente nel bambino di pochi mesi tende inoltre a essere rafforzata dall’attività di rispecchiamento, soprattutto delle emozioni positive, che il caregiver mette in atto nel corso del primo semestre di vita. I neonati già da due o tre mesi mostrano infatti di apprezzare maggiormente l’attività comunicativa basata sull’imitazione, prestando maggiore attenzione all’adulto quando questi li imita (Meltzoff, Gopnik, 1993). Nello stesso periodo, coincidente con la fase dell’intersoggettività primaria, il dialogo che caratterizza l’interazione madre-bambino appare contraddistinto dall’imitazione reciproca, inizialmente soprattutto di modalità di tipo mimico-espressivo. In questo periodo sono osservabili giochi imitativi continuamente iterati tra genitore e bambino, in cui (Meltzoff, Gopnik, 1993) il bambino sembra trarre piacere dalla possibilità di riconoscere nel genitore che lo imita aspetti e atti a lui stesso equivalenti.
La tendenza alla condivisione di stati affettivi riscontrabile nel neonato mantiene la sua pregnanza per tutto il corso dello sviluppo determinando nei bambini più grandi la spinta a narrare a genitori, fratelli ed amici esperienze e stati emotivi (Fivush, 1994) e continua a esercitare un ruolo importante nella vita adulta. Significativi a questo riguardo gli studi di Rimé (2005) che evidenziano la presenza nella grande maggioranza dei soggetti adulti (circa l’80%, 95% dei soggetti esaminati) di una specifica tendenza a condividere con interlocutori privilegiati episodi salienti della propria vita sia a valenza emotiva positiva che negativa, immediatamente dopo che l’evento si sia realizzato. Tale tendenza, mossa secondo l’autore da un insaziabile bisogno di parlare provato da chi ha vissuto un episodio emozionalmente intenso e definita condivisione sociale primaria, si allargherebbe rapidamente a forme di condivisione secondaria per la quali gli episodi condivisi verrebbero “rinarrati” dai primi interlocutori a nuovi interlocutori, violando quasi sempre la consegna del silenzio data loro dal primo “narratore”. 

Intersoggettività, attaccamento e sistemi motivazionali
Alla luce di quanto detto finora la comunicazione che il bambino instaura con i suoi partner appare finalizzata allo stabilire una “connessione” con l’altro che dà luogo alla condivisione di stati affettivi che vengono sempre più coordinati attraverso processi di coregolazione dell’attenzione visiva, degli atti motori e delle mimiche espressive e di sincronizzazione di stati affettivi.
La tendenza riscontrabile nel neonato a stabilire relazioni appare dunque funzionale non solo all’ottenere protezione e regolazione emotiva nell’ambito di un tipo di interazione di natura verticale con le figure di attaccamento, ma alla condivisione nell’ambito di un’interazione di tipo orizzontale in grado di stabilire con l’interlocutore una companionship (Trevarthen, Aitken, 2001). In questa prospettiva una comunicazione ad esempio centrata su uno scambio emotivo positivo tra bambino e caregiver può essere considerata non solo l’espressione di una regolazione riuscita tra i due partner che dà al bambino sicurezza e benessere, ma anche il segno della condivisione di emozioni positive. Tronick (1998) evidenzia a questo riguardo come la connessione emotiva positiva che si instaura tra madre e bambino, ma, più ampiamente, tra due interlocutori, contribuisca ad aumentare la complessità del sistema diadico che lega i due partner e al contempo quella di ciascun soggetto creando una condizione psichica di espansione degli stati diadici di consapevolezza (expanded dyadic state of counsciosness).
E’ stato ipotizzato a questo riguardo che la comunicazione affettiva che  il bambino rivolge ai suoi partner nel primo anno di vita sia guidata da differenti sistemi motivazionali, l’uno  identificabile con il sistema dell’attaccamento e finalizzato a stabilire una vicinanza protettiva rispetto a un caregiver capace di accudimento; l’altro con quello dell’intersoggettività, in grado di guidare il comportamento del soggetto verso un obiettivo cooperativo mediato primariamente da stati emotivi condivisi pariteticamente nell’ambito di una condizione di intimità psicologica (Stern, 2004; Trevarthen, Aitken, 2001; Liotti, Monticelli, 2008). Lyons-Ruth (2003) propone a questo riguardo un’integrazione tra sistemi, ipotizzando che il repertorio comunicativo che il bambino dispone fin dai primi mesi di vita per stabilire adeguati legami di attaccamento con i suoi caregiver sia più complesso e raffinato di quello a disposizione delle altre specie animali, essendo annoverabili in tale repertorio le competenze intersoggettive centrate sulla condivisione emotiva più sopra descritte. Tali competenze si baserebbero secondo l’autrice su un preadattamento del bambino alla comunicazione cooperativa e alla coordinazione intersoggettiva. Per questi motivi le modalità di parenting dei genitori e la responsività dei loro bambini sarebbero più discrezionali di quelli delle altre specie animali, ancorate queste ultime unicamente al sistema dell’attaccamento attraverso pattern comportamentali prefissati. Proprio a causa di questo repertorio maggiormente complesso genitori e bambini della specie umana sarebbero suscettibili di comportamenti maggiormente a rischio.

 

Infant research e lavoro clinico
Un’indicazione generale che emerge dai dati a cui abbiamo accennato appare senza dubbio l’importanza delle prime relazioni che il bambino intrattiene con genitori e caregiver per l’interiorizzazione di un senso “basic” di connessione sociale con aspettative positive concernenti sé e l’altro alla base sia della costruzione di legami di attaccamento affidabili, sia dei primi nuclei della personalità infantile. Tali indicazioni confermano le ipotesi psicoanalitiche circa l’importanza di relazioni interiorizzate di segno positivo (Klein 1952; Winnicott 1965), equiparabili alla qualità sicura dell’attaccamento sviluppata dal bambino (Slade 2000). In questa prospettiva, la qualità dell’attaccamento nella prima infanzia costituisce un importante “starting point” per lo sviluppo relazionale del bambino a cui vanno aggiunte, per spiegarne la sua completa strutturazione, variabili altrettanto decisive quali le cure genitoriali, considerate anche nelle fasi successive rispetto alla prima infanzia, unitamente alle competenze sociali ed emotive che il bambino sviluppa individualmente nella sua interazione con altri significativi, siano essi pari o adulti. La qualità complessivamente positiva delle relazioni che il bambino intrattiene con genitori e caregiver appare dunque cruciale per il suo sviluppo a differenti livelli, mentre relazioni inadeguate, in diverso modo non in grado di garantire sicurezza e condivisione emotiva, possono intaccare tale sviluppo, rendendo più accidentate le successive traiettorie evolutive e agendo come fattori di rischio per l’emergere di problematiche psicopatologiche (Sroufe, Egeland, Carlson, Collins,  2005).
Ma più specificatamente quali ipotesi o riflessioni possiamo trasferire da queste ricerche al lavoro clinico? Molto è stato detto e scritto al proposito. Particolarmente chiaro al riguardo è un lavoro di Seligman intitolato “Developmental perspective in relational psychoanalysis” (2004) che considera l’impatto esercitato dall’infant research e dalla teoria dell’attaccamento sulla psicoanalisi; imprescindibile il lavoro del Boston Change Process Study Group che, a partire dal saggio pubblicato nel 1998 sull’International Journal of Psychoanalyisis intitolato “Non interpretative mechanism in psychoanalytic therapy: Some thing more than interpretation” fino agli ultimi saggi (2010), evidenzia l’importanza e il ruolo trasformativo svolto dalle interazioni che sostanziano  a livello di implicit relational knowing il dialogo psicoanalitico; di particolare interesse infine il lavoro di Emde (2005) che introduce una prospettiva evolutiva nella comprensione del processo analitico.
Per parte mia vorrei qui accennare brevemente solo ad alcuni punti, rimanendo aderente ai dati che abbiamo considerato. Il primo punto riguarda l’ipotesi che nella relazione che si struttura tra analista e paziente nell’ambito del trattamento terapeutico si attivano i modelli relazionali e di attaccamento che abbiamo visto formarsi nelle prime fasi infantili e consolidarsi in quelle successive fino all’età adulta a livello di memoria procedurale implicita. Tali modelli, formatosi attraverso esperienze ripetute con genitori, caregiver e “altri significativi”, sono costituiti, come abbiamo visto, dalle aspettative del soggetto rispetto alla affidabilità e sicurezza che può scaturire dalla relazione con l’altro e possono essere improntati da aspetti difensivi precoci quando tali esperienze siano state marcate da scarsa responsività. Alla luce di questa ipotesi una delle finalità del lavoro analitico si delinea quella di contribuire a trasformare tali modelli qualora fonte di disagio e sofferenza.
Il secondo punto riguarda le modalità con cui può avvenire tale trasformazione. Un primo livello concerne senza dubbio il dialogo analitico considerato nella sua globalità come sostiene in modo radicale il Boston Group (BCPSG, 2010). Tale dialogo può contribuire a creare nuovi modelli relazionali, attraverso la condivisione/sintonizzazione da parte dell’analista con le esperienze del paziente, l’accoglimento delle sue emozioni e loro validazione e regolazione, dialogo in cui la responsività dell’analista acquista un ruolo centrale (Beebe, Lachman, 2002). Il secondo livello, di fatto non scindibile dal primo, è quello delle interpretazioni e chiarificazioni che l’analista pone in atto rispetto alle comunicazioni del paziente con l’intento di aumentarne la consapevolezza, la capacità di comprensione emotiva e la riflessività. Tali interventi interpretativi si rivelano infatti in grado di influire sui modelli relazionali impliciti (Pally, 2007) e sulle procedure emotive inconsapevoli (Clyman, 1991) del paziente, se si rivelano nell’hic et nunc capaci di sintonizzarsi con l’esperienza emotiva del paziente in quel momento, trasmettendogli contenimento e strumenti di trasformazione e di regolazione emotiva (Fonagy, Gergely, Jurist, Target, 2002). In questa prospettiva il lavoro interpretativo e la sua condivisione tra paziente e analista acquista una valenza relazionale “forte” in quanto contribuisce a creare tra paziente e analista, quella che Tronick (1998) definisce “espansione diadica degli stati di coscienza”, simile a quei match di stati emotivi tra il bambino e i suoi caregiver, implicanti “connessione” e sicurezza, che abbiamo visto così importanti nelle prime fasi della vita affettiva.
Un ultimo punto, infine, strettamente connesso a quello appena discusso, riguarda la possibilità di presupporre una tendenza relazionale presente nel paziente fin dalle prime battute del dialogo analitico, anche se all’inizio in modo residuale o parziale, volta alla ricerca di un “oggetto nuovo”, un “altro significativo”, in grado di saturare quei bisogni di connessione intersoggettiva e di sicurezza emotiva che possiamo rintracciare già nel primo periodo di vita infantile. In questa prospettiva la relazione terapeutica può diventare, usando le parole di un saggio molto ricco e anticipatorio di Loewald del 1960 intitolato “L’azione terapeutica”, “una relazione nuova e speciale” in grado di venire incontro alle richieste evolutive per le quali il paziente di fatto si è rivolto all’analista.

 

Riferimenti bibliografici

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