CULTURA PSICOLOGICA – Riconoscere in noi l’altro

riconoscersi nell'altroSe provassimo a fare un piccolo esercizio mentale, credo che senza grosse difficoltà, molti di noi ricorderanno l’Effetto Milgram.

“Aaaah sì, ma certo…quello in cui…”, sì esatto, si tratta dell’esperimento di psicologia sociale condotto da Stanley Milgram all’inizio degli anni ’60 in cui i soggetti sperimentali, nel ruolo di insegnanti, avevano la possibilità di infliggere una scossa elettrica di intensità fino a 450 V nel caso in cui un allievo, sperimentatore in incognito che doveva svolgere un compito di apprendimento mnemonico, avesse commesso degli errori. Ricordiamo inoltre che, in realtà, ai presunti allievi non veniva inviata nessuna scossa elettrica, ma che essi erano stati addestrati affinché simulassero, il più verosimilmente possibile, una risposta di sofferenza e dolore. Ovviamente questo è noto a noi oggi e agli sperimentatori allora, tutti i soggetti partecipanti, invece, erano all’oscuro di tale messa in scena.

L’agghiacciante risultato fu che una considerevole percentuale dei soggetti obbedì pedissequamente alle istruzioni impartite dallo sperimentatore, arrivando ad infliggere, senza remore, anche la scossa di intensità maggiore.

Questo è ciò che nel 1961 venne chiamato Effetto Milgram, fenomeno conseguente alla creazione di uno stato eteronomico in cui il soggetto compie inconsciamente un processo di attribuzione di responsabilità a terzi, l’autorità. In questo modo non si riconosce più protagonista e direttore delle proprie azioni, ma mero esecutore di ordini che gli arrivano “dall’alto”.

Dall’approfondimento di questi primi risultati emerse un altro aspetto interessante del fenomeno, e cioè che l’obbedienza all’autorità è tanto maggiore quanto maggiore è la distanza tra insegnate e allievo, tra carnefice e vittima. In uno studio successivo, infatti, il 65% dei partecipanti erano disposti ad infliggere la scossa più alta nella condizione in cui si trovavano a una distanza tale da non percepire nemmeno i lamenti della vittima. Al contrario, invece, solo (solo??) il 30% dei soggetti era disposto a infliggere la punizione quando essa consisteva nell’afferrare il braccio dell’allievo e spingerlo su una piastra.

Maggiore quindi è la possibilità di identificarsi con la vittima, minore è la facilità con cui riusciamo ad essere manipolati e strumentalizzati da autorità di qualsiasi tipo.

Tutto questo avveniva in un momento storico di grande riflessione sociale, quando cioè, a poco più di un decennio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si cominciava a percepire come reale e concreto quanto accaduto sotto il regime nazi-fascista.

Per portarvi alla riflessione che vorrei proporre oggi lo sforzo mentale che chiedo è un po’ più profondo, perché è sottile il legame tra quanto accadde allora e quello che accade oggi nel nostro quotidiano.

Viviamo in un mondo in cui, magari non proprio ogni giorno ma quasi, veniamo informati di stragi e catastrofi; dalla guerra in Siria e la resistenza a Kobane, agli attentati terroristici prima a Parigi e poi in Nigeria; dalla catastrofe per un “suicidio aereo” sulle Alpi francesi, alla morte di centinaia di migranti sulle coste italiane e greche.

Credo che questa testimonianza che ho raccolto nel web possa essere sufficientemente eloquente e in grado di spiegare e descrivere un vissuto comune di questo momento storico: “Mi arrabbio per la notizia, e a volte mi arrabbio con chi me la dà, ma non sento, non sento quelle persone e quello che gli succede, che gli è successo”.

Ed è in questo scenario per certi versi ribaltato, in cui noi non siamo gli insegnanti carnefici dell’esperimento di Milgram, ma siamo piuttosto spettatori e attori di quanto accade nel nostro mondo, che colgo il sottile legame con il tema della ridotta sensibilità verso ciò che ci è lontano culturalmente, ma anche solo geograficamente. Non sono, infatti, i numeri dei morti che rendono più impressionante e sentita una strage, è quanto riusciamo a riconoscere in noi le vittime, a vederle, a identificarci e a trasformare i numeri in persone.

In un mondo che sogniamo senza confini e senza frontiere, in un mondo che volge alla globalizzazione, al fianco della generazione digitale e della futura generazione touch, le distanze fisiche si sono accorciate, e le differenze culturali dovrebbero essere empatizzate, accolte e comprese. Mi chiedo allora cos’è vicino e cos’è lontano? Cosa possiamo permetterci di dire che in un certo senso non ci appartiene?

Credo vivamente alla necessità e all’importanza di guardare quelle persone ignote, protagoniste di tutte queste notizie di cronaca nera di massa, e provare semplicemente a riconoscerle e a riconoscerci. In quel momento allora, all’improvviso, potremmo cominciare a sentire, sentire qualcosa di terribile, che forse desidereremo non aver sentito. desidererà di non aver sentito, forse. Meglio i numeri, trecento cinquecento settecento novecento.

Forse esagero, ma in fondo noi siamo figli dell’effetto Milgram, e in quanto tali ne conosciamo l’agghiacciante realtà, e abbiamo quindi la possibilità e in un certo senso la responsabilità di non fare come quel 30% che metteva il braccio dello studente sulla piastra, ma soprattutto di non rientrare nel 65% che gira la faccia dall’altra parte.

L’empatia è uno strumento forte, e imparare e provare a empatizzate, riconoscendo l’altro dentro di noi in un esercizio di rispecchiamento potrebbe essere, a mio parere, un primo passo per contribuire a un cambiamento.

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